mercoledì 23 dicembre 2015

Non ti salvare – Mario Benedetti



Non restare immobile
sul bordo della strada
non congelare la gioia
non amare con noia
non ti salvare adesso
né mai
non ti salvare
non riempirti di calma
non appartare del mondo
solo un angolo tranquillo
non lasciar cadere le palpebre
pesanti come giudizi
non restare senza labbra
non t’addormentare senza sonno
non pensarti senza sangue
non ti giudicare senza tempo
però se
malgrado tutto
non puoi evitarlo
e congeli la gioia
e ami con noia
e ti salvi adesso
e ti riempi di calma
e apparti del mondo
solo un angolo tranquillo
e lasci cadere le palpebre
pesanti come giudizi
e ti asciughi senza labbra
e ti addormenti senza sonno
e ti pensi senza sangue
e ti giudichi senza tempo
e resti immobile
al bordo della strada
e ti salvi
allora non restare con me.

domenica 22 novembre 2015

-Epistolario-- Dora Di Cara




Il tuo scritto è una carezza, per me, risponde al mio bisogno. Eppure temo le mie emozioni per te, le sento straripare dentro e le trattengo. Temo tu possa sentire come obbligo il rispondermi, telefonarmi. Non vorrei vedere sul tuo viso lampi di sofferenza. Con paura li immagino, sono i miei fantasmi. La lontananza è feroce, distorce morde ferisce. Vedi come sono matta? Basta un tuo pensiero perchè si apra la diga ed io ti travolga quasi con onde di parole e pensieri. Ma sii tranquillo, li trattengo dentro me per non pesare, ferire. Oltre ciò che vivi. Questa volta non mi scuso, ti mando un bacio, invece. Accettalo.

domenica 28 giugno 2015

da Brian Keith a Dave




La seguente lettera d' amore è stata scritta da Brian Keith a Dave, un commilitone che conobbe e di cui si innamorò nel 1943 mentre era di stanza nel nord dell’Africa. La lettera è stata vergata nel giorno del loro anniversario ed è stata pubblicata per la prima volta nel settembre del 1961 dalla rivista One, una delle riviste pioniere nel mondo gay che iniziò a essere pubblicata nel 1953
Un anello e una promessa fatta. Sono ricordi di una notte in cui pioveva a catinelle e di due soldati inzuppati sono un albero solitario nella pianura africana… Ricordi di una notte fredda e ventosa che ci ha fatto entrare in un teatro e addormentarci nascosti dietro le quinte, stretti tra le nostre braccia, e ricordi del sussulto che ci ha fatto svegliare e scoprire che miracolosamente nessuno ci aveva scoperti… Sono ricordi della felicità di quando ci dissero che saremmo tornati a casa e della devastazione che provammo quando sapemmo che non saremmo tornati insieme. Un caldo addio su una spiaggia isolata sotto il morbido cielo stellato di una notte africana e le lacrime che non smettevano di scendere mentre ero sul molo e vedevo la tua nave allontanarsi all’orizzonte. Giurammo che saremmo stati insieme di nuovo “a casa”, ma il destino ne sapeva più di noi. Non sei mai arrivato a casa. E per questo, Dave, spero che là dove tu sei, questi ricordi ti siano preziosi come lo sono per me.Buona notte, dormi bene, amore mio. 
Brian Keith

venerdì 24 aprile 2015

"Lettera non spedita" di Daniele Riva








Carissima Eleonora,
ti ho vista ieri pomeriggio davanti all’Arena. Eri appena scesa dal 2 e controllavi l’orologio, probabilmente avevi un appuntamento: andavi di fretta. Vestita di nero eri ancora più bella, le braccia nude abbronzate, i capelli raccolti come quando andavamo al mare la domenica. Ti guardavo camminare sui tacchi alti, attenta che non si incastrassero nei binari del tram: avevi un modo così signorile, così nobile, di muoverti. Mi hai ricordato cosa mi ha fatto innamorare di te quel giorno di fine maggio: la tua grazia. E la tua bocca dolce, dove un tempo morivano tutti i miei guai.
Sto bevendo un bicchiere di Pinot grigio adesso e il suo sapore mi fa ripensare a quella volta che siamo stati ad Alassio, ri¬vedo le luci gialle della sera, i pitosfori, le palme. Rivedo le nostre sere e i nostri luoghi: l’hotel, la gelateria vestita di luci azzurre, il muretto, la spiaggia stretta a ridosso della strada... Forse fu in quei giorni che l’amore tra noi ebbe la sua massima intensità. L’amore a due, intendo. Perché la massima intensità quell’amore ce l’ha adesso, in me solo. È divampato come un fuoco alimentato dal vento appena ti ho rivista. Era una brace che da sempre covava in me ed è bastato un nulla a ridarle vigore.
Tu eri lì, dall’altro lato della strada, a una decina di metri da me, elegante ed altera. Il traffico di automobili e furgoni fluiva per Via Legnano: ho avuto la tentazione di scansare auto per auto, gettarmi verso di te. Ho avuto l’idea di gridare il tuo nome: ti saresti voltata, mi avresti individuato tra la gente in attesa al semaforo. Mi avresti sorriso, probabilmente. O avresti fatto finta di niente, magari solo un fugace cenno di saluto. Ma nulla di tutto ciò: sono rimasto muto, fermo ad aspettare il verde. E magari bastava che ti chiedessi di te, bastava che ti invitassi a bere un caffè per ricordare i bei tempi… Non so se mi sia mancato il coraggio o se mi sia venuta meno la voglia, stregata dai ricordi o dall'impossibilità di risvegliare il passato.
Tornato a casa ho trovato i miei ricordi boccheggianti come pesci rossi sfuggiti a una boccia di vetro: li ho rimessi nell’acqua e ho scoperto di non amare te, ma il tuo rimpianto.









Ringrazio Daniele per la gentile concessione di questa splendida lettera, pubblicata sul sito "Nom de plume"di Giugno

Lettere d'amore imprigionate






Se la mia vita ricominciasse la cambierei, verrei a cercarti da bambino e crescerei insieme a te, non commetterei gli stessi errori, non sarei di altre donne e scoprirei con te tutte le gioie. I miei occhi non cercherebbero ed io avrei quello che bramo. Se la mia vita ricominciasse i figli sarebbero i tuoi con il tuo viso, la dolcezza, il temperamento. Ogni notte ti starei accanto e il giorno colmerei di te, respirerei il tuo profumo e t’inebrierei d’amore, mi nutrirei del tuo corpo e attenderei la vecchiaia incrociando le dita delle mani con le tue. Se la mia vita ricominciasse sarebbe la tua vita. Fai ciò che vuoi di quello che rimane.
 Claudio Nocera, San Vittore




giovedì 26 marzo 2015

Lettera dalla Resistenza Bruno Frittaion (Attilio) a Edda













31 gennaio 1945

Edda
voglio scriverti queste mie ultime, e poche righe. Edda, purtroppo sono le ultime si, il destino vuole così, spero ti giungano di conforto in tanta triste sventura.
Edda, mi hanno condannato alla morte, mi uccidono; però uccidono il mio corpo non l'idea che c'è in me. Muoio, muoio senza alcun rimpianto, anzi sono orgoglioso di sacrificare la mia vita per una causa, per una giusta causa e spero che il mio sacrificio non sia vano anzi sia di aiuto nella grande lotta. Di quella causa che fino a oggi ho servito senza nulla chiedere e sempre sperando che un giorno ogni sacrificio abbia il suo ricompenso. Per me la migliore ricompensa era quella di vedere fiorire l'idea che purtroppo per poco ho servito, ma sempre fedelmente.
Edda il destino ci separa, il destino uccide il nostro amore quell'amore che io nutrivo per te e che aspettava quel giorno che ci faceva felici per sempre. Edda, abbi sempre un ricordo di chi ti ha sempre sinceramente amato. Addio a tutti.
Addio Edda







Lettera di George Sand ad Alfred de Musset



No, mio caro, queste tre lettere non sono l’ultima stretta di mano
dell’amante che ti lascia, è l’abbraccio del fratello che ti resta.
Questo sentimento è troppo bello, troppo puro e troppo
dolce perché io non provi mai il bisogno di finire con lui.
Che il mio ricordo non avveleni nessuna delle gioie della tua vita,
ma non lasciare che queste gioie distruggano e rovinino il mio ricordo.
Sii felice, sii amato.
Come non potresti esserlo? Ma guardami da un piccolo angolo
segreto del mio cuore e scendi lì nei tuoi giorni di tristezza
per trovare lì una consolazione o un incoraggiamento.
Ama dunque, mio Alfred, ama più che puoi.
Ama una donna giovane, bella e che non abbia ancora amato,
trattala bene, e non la fare soffrire.
Il cuore di una donna è una cosa così delicata
Quando non è un ghiaccio o una pietra!
Io credo che non esista una via di mezzo nel tuo modo di amare.
La tua anima è fatta per amare ardentemente, o per seccarsi tutta in una volta.
Tu l’hai detto cento volte, e tu hai avuto modo di smentire
Ma nulla, nulla ha sminuito questa tua affermazione,
Non c’è al mondo nulla che valga se non l’amore.
Forse tu mi hai amato con pena,
per amare un’altra con abbandono.
Forse quella che verrà ti amerà meno di me,
e forse sarà più felice
e più amata.
Forse il tuo nuovo amore sarà più romantico e più giovane.
Ma il tuo cuore, il tuo buon cuore, non lo proteggere, te ne prego.
Che si metta tutto intero
In tutti gli amori della tua vita,
fino a quando un giorno tu possa guardare indietro
e dire come me, io ho sofferto spesso,
mi son sbagliata qualche volta
Ma io ho amato

Jean-Jacques Rousseau a Sophie d'Houdetot




Vieni, Sophie, che io possa torturare il tuo cuore ingiusto al fine che io, da parte mia, possa essere spietato nei tuoi confronti.
Perché ti dovrei risparmiare, visto che tu mi derubi della ragione, dell'onore, e della vita ?
Perché dovrei permetterti di passare in pace i giorni che tu a me rendi insopportabili ! - Ah, saresti stata molto meno crudele se avessi infilato una spada nel mio cuore, invece del dardo fatale, che mi uccide.
Guarda quello che ero e quello che sono ora ; guarda come mi hai umiliato. Quando ti degnasti di essere mia, ero più di un uomo ; da quando mi hai allontanato, sono il più piccolo dei mortali.
Ho perso tutto: ragione, consapevolezza, coraggio ; in una parola, tu mi hai portato via tutto. Come puoi decidere di distruggere il tuo stesso operato ? Come osi considerare indegno di stima colui che una volta onoravi con la tua grazia ? Ah, Sophie, ti prego, non aver vergogna di un amico che una volta favorivi.
Per il tuo onore, ti domando di rendermi me stesso. Non sono io una tua proprietà ? Non hai preso tu possesso di me ? Questo non lo puoi negare, e siccome io appartengo a te a dispetto di me e di te, lascia almeno che io meriti di essere tuo.
Pensa a quegli anni di felicità, che per mia tortura, non potrò mai dimenticare. Quella fiamma invisibile dalla quale io ricevetti una seconda vita, più preziosa, ha restituito alla mia anima e ai miei sensi tutto il vigore della gioventù. Il bagliore dei miei sentimenti mi ha innalzato a te.
Quanto spesso non fu il tuo cuore, colmo di amore per un altro, toccato
dalla passione del mio.Quanto spesso mi dicesti nel bosco vicino alla cascata: << Sei l'amante più tenero che possa immaginare; no, mai un uomo ha amato come te !>>.
Che trionfo per me una tale confessione dalle tue labbra ! Si, era vero !
era degno della passione dalla quale domandavo cosi ardentemente, che ti facesse ricettiva, e con la quale desideravo destare in te una compassione che ora rimpiangi cosi amaramente.
O Sophie ! dopo tutti i dolci momenti il pensiero di una rinuncia totale è terribile per colui che si addolora profondamente di non potersi identificare con te. Cosa ! I tuoi occhi teneri non si abbasseranno più davanti al mio sguardo con quel riserbo dolce, che mi intossicava di desiderio sensuale. Non avvertirò più quel brivido, celestiale fuoco che divora, che rende pazzi, che è più rapido del lampo....
Oh, momento inesprimibile !!
Quale cuore, quale Dio può resisterti dopo averti sperimentato ?


Jean-Jacques Rousseau ( 1712 - 1778 ) ha quarantacinque anni quando incontra la contessa d'Houdetot, amante del suo amico Saint Lambert.
Per tre mesi è una passione sconvolgente, poi lei ha il timore di essere scoperta e la relazione diventa un sordido affare di delusioni, sensi di colpa e imbarazzi, con Rousseau che tenta disperatamente di non lasciare tracce. Più tardi egli dirà che essa era stata il primo e l'unico amore della sua vita

Dino Campana a Sibilla Aleramo



Mia cara amica
sono troppo stanco e troppo ammalato per cercar di comprendere. Prendo il partito dei più deboli, il mio solito partito: parto.
Regalo a chi ne ha bisogno quel poco di poesia che può essere sorta in te dal nostro amore. Non posso dirti altro dopo questo. Mia cara sono realmente ammalato non ho potuto sopportare l'attesa e le tue lettere Ricevo ora il telegramma Parto domattina per la Casetta. Là c'è il silenzio.
Io ti amo tanto e rimpiango la poesia solo perché essa saprebbe baciare il tuo corpo di psiche e il tuo viso roseo e nero colla bocca sfiorita di faunessa.
Perdonami se non voglio essere più poeta neppure per te. Sai che neppure le acque e neppure il silenzio sanno più dirmi nulla — e senti la mia infinita desolazione. Ti porto come il mio ricordo di gloria e di gioia.
Ricorda quando soffrirai colui che ti ama infinitamente e porta per se solo il tuo colore. L'ultimo bacio dal tuo Dino che ti adora.
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Guido Gozzano per Amalia








Rileggo ogni giorno la tua lettera, mia buona Amalia, con una grande malinconia. E indugio nella risposta, preso da un’indolenza dolorosa: forse perché non so bene come dirti...
Da molti giorni sono in casa ed ho l’anima morbosamente assopita, incerta di tutto come in un sogno. Penso a tante cose, sopra tutto, avvenire; e penso anche a te, con molta tenerezza e con molta serenità.
Sento in fondo all’anima una specie di fiera tristezza, per aver saputo essere crudele con me e forse — perdonami — anche un po’ con te...
Io provo una soddisfazione speciale quando rifiuto qualche bella felicità che m’offre il Destino. E quale felicità, Amica mia!
Il nostro amore che sarebbe fiorito con tutti i fiori della primavera torinese! (così dolce per l’esule che ritorna!) anche la stagione sarebbe stata propizia alla nostra follia! E quanti mesi di serenità, di sole, di profumo! E quanti sogni! Avremmo voluto pellegrinare la nostra passione in tutti i dintorni favorevoli al sentimento: quanti sogni! Io li ho già sognati tutti e t’ho già vista in tutti: con a sfondo i paesi sconosciuti, le viuzze di provincia dove si sarebbe delineata al mio fianco la tua svelta parigina figura primaverile.
Io non vedrò le tue vesti nuove. Sarò lontano, solo, con la mia ambizione taciturna: una compagna ben più crudele della tua malinconia... Perché non confessartelo, mia buona sorella? L’ambizione da qualche tempo mi artiglia in un modo atroce.
Non sento non vedo non godo non soffro di altro.
Come puoi tu, che pure hai tra le mani i germi di mille speranze e segni la stessa mia via, come puoi rivolgere ancora le forze della tua giovinezza verso altri destini? Per me, camminando diritto, con l'occhio fisso alla mia meta lontana (o quanto!) tutto è secondario e trascurabile: gioie e dolori: tutto, perfino la tua bellezza sulla quale mi sono chinato un istante, come su un fiore, al margine del sentiero, ma dalla quale mi separo tosto, perché arresterebbe di troppo il mio passo tranquillo...
Ah! Se io potessi darti una parte soltanto di questo mio orgoglio latente, anche il dolore che tu dici di avere in te impallidirebbe e l’amore ti apparirebbe qual è: un inganno della giovinezza e un episodio trascurabile in un destino come il mio e come il tuo.
E mai come in questi tempi che tale smania mi fa soffrire, ho avuto tanto disprezzo per le mie attitudini artistiche e ho tanto sentito la necessità di affinarle con lo studio, con la meditazione, col silenzio.
Tu hai ancora l’avidità di cogliere fiori e di godere l’ora che passa: per me anche la lusinga del piacere mi è intollerabile come un ostacolo sul mio sentiero.
Amalia, mio buon amico, quante di queste cose t’avrei detto e ti vorrei dire se tu non fossi giovine e bella! Ma hai degli occhi luminosi ed una bocca tentatrice ed è impossibile starti vicino senza diventare irriverenti con te come con una crestaia od una cortigiana qualunque...
Ho rilette queste sei pagine, amica mia: oimé! Parlo, parlo, e, sopra tutto, ragiono: quanto devo farti soffrire! E anche sdegnare. Perdonami.
Perdonami. Ragiono, perché non amo: questa è la grande verità. Io non t’ho amata mai. E non t’avrei amata nemmeno restando qui, pur sotto il fascino quotidiano della tua persona magnifica; no: avrei goduto per qualche mese di quella piacevole vanità estetico-sentimentale che dà l’avere al proprio fianco una donna elegante ed ambita. Non altro. Già altre volte l’ho confessata la mia grande miseria: nessuna donna mai mi fece soffrire; non ho amato mai; con tutte non ho avuto che l’avidità del desiderio, prima, ed una mortale malinconia, dopo...
Ora con te, che sei il più eletto spirito femminile ch’io abbia incontrato mai, e con te che dici di amarmi, sono stato sempre e voglio essere ancora sincero: non ti amo. E la risoluzione più leale da parte mia è il distacco. Partirei pur non dovendo partire. Invece il Destino è propizio: m’impone l’esiglio anche per altre cause ch’io tolgo a pretesto.
Rivederci? A che scopo? Un colloquio di più nulla aggiungerebbe (o sottrarrebbe forse) alla fraterna benevolenza che noi dobbiamo portare l’uno dell’altro.
Addio, mia buona amica! Ti bacio. (Guido Gozzano)

Lettere mitologiche:Arianna a Teseo

La donna che tu, malvagio Teseo, hai abbandonato alle belve vive ancora, e tu vorresti accettare questo fatto con indifferenza? Ho trovato ogni specie di fiera meno spietata di te: non avrei potuto essere affidata a nessuno peggio che a te! Ciò che leggi, Teseo, te lo invio proprio da quella spiaggia da dove le vele hanno portato via la tua nave, senza di me; su questo lido il sonno mi ha perfidamente ingannata e anche tu lo hai fatto, che hai insidiato il mio sonno con una azione malvagia. Era l'ora in cui la terra inizia ad essere coperta da un strato di brina, come di vetro e gli uccelli, al riparo delle fronde, emettono il loro canto lamentoso; non ancora del tutto sveglia, illanguidita dal sonno, sollevandomi appena mossi le mani per toccare Teseo: non c'era nessuno! Ritraggo le mani e riprovo una seconda volta, e muovo le braccia per tutto il letto: non c'era nessuno. La paura scacciò il sonno; in preda al terrore mi alzo ed il mio corpo si precipita fuori dal letto vuoto. Subito il mio petto risuonò, percosso dalle mani; mi strappai i capelli così com'erano, ingarbugliati dal sonno. C'era la luna; scruto se vedo qualcosa oltre alla spiaggia; ma i miei occhi non riescono a scorgere nulla oltre alla spiaggia. Corro disordinatamente ora qua e ora là, in ogni direzione. La sabbia fonda ostacola il mio passo di fanciulla. Intanto mentre gridavo per tutta la spiaggia "Teseo!", le rocce dalle loro cavità mi rimandavano indietro il tuo nome e quante volte ti chiamavo, altrettante il luogo stesso chiamava; anche il luogo voleva recare aiuto a me sventurata. C'era un monte; sulla sua cima si vedono cespugli isolati; di lì si protende uno scoglio corroso dalle onde fragorose. Vi salgo; la volontà mi dava la forza; e così misuro con lo sguardo per ampio tratto la profonda distesa del mare. Di lì - anche i venti infatti furono crudeli con me - vidi delle vele tese dal soffio impetuoso di Noto. O le vidi o erano tali che credetti di averle viste; rimasi più gelida del ghiaccio e semisvenuta. Ma il dolore non mi permette di rimanere a lungo inerte, mi ridesta, mi ridesta e chiamo Teseo ad altissima voce "Dove scappi?", grido. "Torna indietro, Teseo scellerato! Volgi la nave! Non è al completo!". Così gridavo. Quanto mancava alla voce, lo compensavo col rumore dei colpi al petto; e i colpi si mescolavano alle mie parole. Agitando le mani feci ampi segni perché, se tu non potevi udirmi, mi potessi almeno vedere; applicai poi ad un lungo bastone un candido velo, per richiamare l'attenzione di chi certamente si era dimenticato di me. Ma ormai ti eri sottratto alla mia vista. Allora finalmente piansi: prima le mie morbide guance erano irrigidite per il dolore. Che cosa avrebbero dovuto fare i miei occhi se non piangere sulla mia sorte, dopo aver perso di vista le tue vele? Vagai solitaria con i capelli sciolti come una baccante invasata dal dio ogigio, oppure sedetti come di ghiaccio su di una roccia, guardando fisso il mare e, seduta sulla pietra, anch'io rimasi impietrita. Spesso ritorno al letto che ci aveva accolti entrambi e che non ci avrebbe più offerto accoglienza e tocco - è quello che posso, ora che tu mi manchi - le tue impronte e le coperte che avevano ricevuto il calore del tuo corpo. Piombo sul letto inzuppato dalle lacrime versate e grido: "In due ti abbiamo occupato, facci tornare due! Siamo giunti qui in due, perché non siamo in due ad andarcene? Letto traditore, dov'è la parte più importante di noi due?". Cosa fare? Dove andare da sola? L'isola è selvaggia, non vedo segni dell'attività di uomini, né del lavoro di buoi. Il mare circonda la terra da ogni lato; da nessuna parte un marinaio, nessuna nave prossima a passare per queste rotte insidiose. Mettiamo che mi vengano dati compagni e venti e una nave: perché dovrei seguirli? La terra di mio padre mi nega l'accesso. E se io avessi la fortuna di solcare su di una nave il mare tranquillo ed Eolo moderasse i venti, resterò sempre un'esule. Non riuscirò più a vederti, o Creta, costellata da cento città, terra conosciuta da Giove bambino. Mio padre, infatti, e la terra governata con giustizia da mio padre, nomi a me cari sono stati traditi dal mio gesto, quando ti diedi il filo che guidasse i tuoi passi, perché tu, vincitore, non trovassi la morte nel tortuoso palazzo. Allora mi dicevi: "Giuro su questi stessi pericoli, che sarai mia finché entrambi vivremo". Viviamo, e non sono tua, Teseo, se solo è viva una donna, sepolta dall'inganno di un traditore. Avresti dovuto uccidere anche me, malvagio, con la clava con la quale uccidesti mio fratello! La promessa che mi avevi fatto sarebbe stata sciolta dalla mia morte. Ora io mi raffiguro non soltanto ciò che dovrò soffrire, ma tutto quello che può soffrire una donna abbandonata. Mi si affollano alla mente mille immagini di morte, e la morte è pena minore dell'attesa della morte. Immagino che fra poco arriveranno di qua o di là i lupi a straziarmi le viscere con denti voraci. Questa terra nutre forse anche fulvi leoni? Chi sa mai che quest'isola ... anche tigri feroci? E si dice che il mare getti sulla riva enormi foche. Chi può impedire alle spade di trafiggermi il fianco? Soltanto non mi accada di essere legata come prigioniera da una dura catena e di dover filare con mano di schiava grandi quantità di lana; io ho Minosse come padre, come madre la figlia di Febo e, cosa che ricordo più di tutto, fui legata a te da una promessa. Se guardo il mare, la terra, e la distesa della spiaggia, molti pericoli minaccia la terra, molti il mare. Mi restava il cielo; temo le apparizioni degli dèi; mi sento abbandonata come preda e cibo per le belve voraci. Se degli uomini abitano qui e coltivano la terra, non mi fido di loro; ho imparato sulla mia pelle a temere gli uomini stranieri. Oh se Androgeo fosse ancora in vita, e tu, terra di Cecrope, non avessi espiato le tue azioni scellerate con la morte dei tuoi figli; la tua mano, Teseo, levatasi in alto non avesse ucciso con la clava nodosa l'essere in parte uomo ed in parte toro; e io non ti avessi consegnato il filo che ti indicasse la via del ritorno, quel filo via via raccolto dalle tue mani, che lo tiravano a sé! Non mi meraviglio proprio se la vittoria sta dalla tua parte ed il mostro, abbattuto, coprì la terra di Creta. Un cuore di ferro non poteva essere trafitto dalle sue corna; anche se non ti riparavi, il tuo petto era al sicuro. Tu lì portavi la selce, lì portavi l'acciaio, lì hai Teseo, che vince in durezza le selci. Sonno crudele, perché mi hai tenuta nell'incoscienza? Ma, una volta per tutte, doveva calare su di me il sonno eterno. Anche voi venti crudeli e troppo accondiscendenti e voi soffi pronti a farmi piangere; mano spietata che hai ucciso me e mio fratello e fedeltà, parola vuota, promessa a colei che la chiedeva; il sonno, il vento e la fedeltà congiurarono contro di me: tre cause hanno tradito una sola fanciulla. Così, in punto di morte, non vedrò le lacrime di mia madre né ci sarà chi chiuda con le dita i miei occhi, la mia anima infelice se ne andrà nell'aria verso un mondo sconosciuto e nessuna mano amica cospargerà di unguenti le mie membra esanimi. Gli uccelli marini si poseranno sulle mie ossa insepolte: questa è la sepoltura degna dei miei meriti. Entrerai nel porto di Cecrope, e quando, accolto dalla patria, sarai là in alto onorato dal tuo popolo e racconterai compiutamente l'uccisione del toro-uomo, del palazzo di pietra, attraversato da corridoi insidiosi, racconta anche di me, abbandonata in una terra deserta: io non devo essere sottratta ai tuoi titoli di gloria! Tuo padre non è Egeo, e tu non sei nato da Etra, figlia di Pitteo; ti hanno generato rocce e flutti. Oh, se gli dèi avessero consentito che tu mi scorgessi dall'alto della nave, il mio aspetto dolente ti avrebbe commosso. Guardami bene anche ora, non con gli occhi, ma con l'immaginazione, con cui puoi, mentre me ne sto attaccata ad uno scoglio, battuto dal moto delle onde; guarda i capelli sciolti, segno di dolore, e la tunica appesantita dalle lacrime, come da pioggia! Il mio corpo trema, come le spighe battute dai venti del nord, ed i caratteri, tracciati dalla mia mano tremante, sono incerti. Io non ti supplico in nome dei miei benefici, perché hanno ottenuto un cattivo risultato; nessuna gratitudine mi sia dovuta per il mio operato, ma neppure una punizione. Se non sono io la causa della tua salvezza, non c'è tuttavia ragione perché tu sia per me causa di morte. Queste mani stanche di percuotere il mio petto colmo di mestizia, io, infelice, protendo verso di te al di là del vasto mare; ti mostro, affranta, questi capelli che mi sono rimasti; ti prego, per queste mie lacrime dovute alle tue azioni: volgi la tua nave, Teseo, e torna indietro al mutare del vento; se io sarò morta prima, tu, almeno, raccoglierai le mie ossa.

Lettre à D. Histoire d'un amour di Andrè Gorz



Non voglio più, secondo la formula di Georges Bataille, “rimandare l’esistenza a più tardi”. Sono attento alla tua presenza come ai nostri inizi e mi piacerebbe fartelo sentire. Mi hai dato tutta la tua vita e tutto di te; vorrei poterti dare tutto di me durante il tempo che ci resta. Hai appena compiuto 82 anni. Sei sempre bella, elegante e desiderabile. Viviamo insieme da cinquantotto anni e ti amo più che mai. Recentemente mi sono innamorato ancora una volta di te e porto in me un vuoto divorante che riempie solo il tuo corpo stretto contro il mio. La notte vedo talvolta il profilo di un uomo che, su una strada vuota e in un paesaggio deserto, cammina dietro un feretro. Quest’uomo sono io. Il feretro ti porta via. Non voglio assistere alla tua cremazione: non voglio ricevere un vaso con le tue ceneri… Spio il tuo respiro, la mia mano ti sfiora. A ognuno di noi due piacerebbe non dover sopravvivere alla morte dell’altro. Ci siamo spesso detti che se, per assurdo, avessimo una seconda vita, vorremmo passarla insieme.



"Noi saremo ciò che faremo insieme"