sabato 23 aprile 2011

Lettere e mitologia:Arianna a Teseo




Le cose che leggi, Teseo, te le scrivo da questa spiaggia donde, senza di me, le vele han portato via la tua nave, dove io son stata indegnamente tradita e da un sonno funesto e da te, che al mio sonno hai teso un agguato.

Era il momento in cui la terra si ricopre di aghi di ghiaccio della brina e gli uccelli mormorano tra le fronde. Nel dormiveglia, ancora intorpidita dal sonno, muovo le mani per toccare Teseo. Non c’era nessuno. Le mani si ritirano e poi tastano ancora qua e là per il letto: non c’era nessuno. La paura dissolve il sonno all’istante: balzo in piedi atterrita e mi precipito fuori dal letto vuoto. Subito il mio petto risuona ai colpi delle mani mi strappo i capelli che il sonno aveva scompigliati. C’era il chiaro di luna; guardo se c’è qualcosa d’altro oltre la spiaggia: alla vista dei miei occhi nient’altro che la spiaggia si offre. Corro di qua. Di là, senza una meta precisa: la sabbia spessa rende lenti i miei passi di fanciulla. Frattanto su tutta la spiaggia gridavo: "Teseo!" e la scogliera concava mi restituiva il tuo nome e quante volte io ti chiamavo altrettante quel luogo chiamava. Persino il luogo voleva venir in aiuto a me misera.

C’era un monte; sulla cima si vedeva qualche pianta sparsa; di lì sporge un picco di roccia levigato dalle acque. Vi salgo (la passione me ne dava le forze) e così il mio sguardo può misurare in lungo e in largo la distesa delle onde. Di lì io vedo (anche i venti furon crudeli con me) le vele tese al Noto impetuoso. O le vidi, oppure furono i miei occhi a creder di vederle: restai più fredda del ghiaccio e quasi senza vita. Ma il dolore non mi lasciò a lungo come priva di sensi: mi sveglio proprio per il dolore, mi alzo e grido a gran voce il nome di Teseo. "Dove fuggi?" Era la mia voce "Ritorna, scellerato Teseo! Volgi il corso della tua nave! Il suo equipaggio non è al completo!"

Queste erano le mie grida, e quando non avevo più voce, erano i singhiozzi a parlare per me e alle mie parole si mischiavano le percosse sul petto. Se non mi potevi vedere, perché mi potessi almeno sentire le mie mani, con grandi gesti, facevan segnali. Attaccai vele bianche a dei lunghi rami per farmi ricordare a chi senza dubbio mi aveva già dimenticata.

Ormai eri fuori dalla mia vista: allora, finalmente, piansi. Le molli guance fino a quel momento eran rimaste paralizzate dal dolore. Ma che cosa di meglio avevano da fare i miei occhi se non piangere su di me dopo che si era cancellata la vista delle tue vele? Oppure erravo sola con i capelli scarmigliati come una baccante in preda alla furia del dio tebano, oppure guardando il mare sedevo fredda su uno scoglio e di sasso io ero, come il luogo dove sedevo.

Spesso torno al letto che ci aveva accolto entrambi, ma non ci darà più accoglienza e, per quanto mi è possibile, percorro con la mano, al posto tuo, l’impronta che hai lasciata e le coperte che hanno scaldato le tue membra. Mi stendo su questo letto bagnato dalle mie lacrime e gli grido: "Ti abbiamo calcato in due: due restituisci! In due siam venuti qui: perché non siamo in due ad alzarci? Perfido letto, dovìè la parte più grande di noi?"

Che cosa fare? Dove portare la mia solitudine? L’isola è selvaggia: non vedo le opere degli uomini e dei buoi messi al lavoro; il mare cinge d’ogni lato la costa; da nessuna parte un marinaio, nessuna nave può percorrere queste acque insicure.

Ammettiamo che mi si diano compagni, venti favorevoli e una nave: dove mi dirigerei? La terra del padre non mi dà certo possibilità d’accesso. Per quanto la mia nave filasse con buon corso su acque tranquille ed Eolo tenesse a freno i venti, sarei sempre una donna esiliata. Non ti vedrò più Creta disseminata di cento città, la terra che fu conosciuta da Giove bambino. Ahimè padre mio, e terra su cui regni, giusto genitore, nomi a me cari: siete stati traditi dalla mia azione quando a te, perché non restassi prigioniero del Labirinto, io diedi per guida quel filo con il quale tu potessi segnare il cammino. E allora mi dicevi: "Su questi stessi pericoli io giuro che tu, per tutta la vita che avremo, sarai mia".

Io son viva, e se anche tu vivi,sono tua, o Teseo, ma una donna annientata dall’inganno di un uomo spergiuro. Oh perfido, se tu avessi ucciso anche me con la clava con cui hai abbattuto il fratello: la morte ti avrebbe sciolto dalla promessa che mi avevi fatta. Ma io ora ho davanti non solo quello che devo patire, ma tutto ciò che può patire una donna abbandonata. Mille modi di patire mi si affacciano alla mente e la morte è una pena minore dell’aspettarla. Ecco che da una parte o dall’altra mi assale il terrore che vengan dei lupi a dilaniar le mie viscere con le loro fameliche zanne; forse questa terra nutre i fulvi leoni; chissà se quest’isola non cela anche delle tigri feroci? E del mare si dice che vomita foche mostruose. E chi non potrebbe impedire a delle spade di immergersi nel mio fianco? Almeno, io non sia fatta prigioniera con dure catene e non debba filare con mano di schiava enormi pesi di lana, io che son stata – ed è questo il ricordo più vivo – legata a te. Se guardo il mare, e le terre e la distesa delle spiagge, mi sento preda e nutrimento in balia delle belve feroci.

Se almeno vivesse Androgeo e tu non avessi dovuto pagar le tue colpe, terra di Cecrope, con la morte dei tuoi figli e se la tua mano superba, o Teseo, non avesse ucciso con il nodoso bastone l’essere mezzo uomo e mezzo toro, e io non ti avessi dato un filo perché ti segnassi il ritorno, quel filo che le tue mani si son tirate dietro!

Io non mi meraviglio che tu abbia calcato il suolo cretese: il tuo cuore di ferro, non poteva esser penetrato dalle corna. Eri così ben protetto dal tuo petto da non aver nemmeno bisogno di coprirti. Lì c’era un sasso, lì un diamante, lì, Teseo, avevi il mezzo per avere la meglio sulle pietre. No, tuo padre non è Egeo, e tu non sei figlio di Etra, figlia di Pitteo: gli scogli del mare ti han generato!

Sonni crudeli, perché mi avete impedito di agire? Ah, se dal sonno fossi insieme potuta passare alla notte eterna! Anche voi crudeli, o venti, troppo favorevoli, e vele gonfie a strapparmi le lacrime! Mano feroce, che mi hai ucciso il fratello e me insieme, e voi, giuramento fatto a me che lo chiedevo, parole vuote: contro di me si sono alleati il sonno, il vento e la promessa tradita; io, una fanciulla, sono stata tradita da una triplice causa.

Così a me non sarà dato da vedere, in punto di morte, le lacrime di una madre e non ci sarà nessuno a chiudere i miei occhi. Il mio spirito dannato se ne andrà in aure straniere e non ci sarà mano amica a unger d’unguenti le membra disposte nella morte; gli uccelli marini svolazzeranno sul mio cadavere insepolto. È questa sepoltura che premia le mie buone azioni? Tu, invece raggiungerai le porte della città di Cecrope; ricevuto dalla tua patria, quando in piedi, in mezzo a una folla bramosa d’ascoltarti avrai raccontato la morte dell’essere mezzo toro e mezzo uomo e descritto il palazzo scolpito nella roccia e tutto un intrico di corridoi ingannevoli, racconta anche che mi hai abbandonata in una terra deserta. Io non devo esser sottratta ai titoli della tua gloria!

Fosse piaciuto agli dèi che tu mi vedessi dall’alto della poppa della tua nave: la triste immagine avrebbe commosso il tuo volto. Anche adesso tu puoi vederla, non con gli occhi, ma con il cuore, mentre se ne sta ferma su uno scoglio, battuto dalle onde incostanti del mare. Soffermati sulla chioma nuda, in segno di lutto, e sulla tunica bagnata di pianto come se fosse intrisa di pioggia. Il mio corpo ha i brividi, come le spighe di grano battute dai venti freddi; sono incerti i caratteri della lettera, vergati da mano tremante.

Io non ti imploro in nome di quanto ti ho dato, perché mi ha portato alla rovina: nessuna riconoscenza ti chiedo per quello che ho fatto, ma nemmeno un castigo. Se anche io non fossi la causa della tua salvezza, non ci sarebbe tuttavia motivo perché tu debba essere la causa della mia morte.

Le mie mani stanche di colpire il petto in lutto le tendo, infelice, a te oltre la lunga distesa dei flutti: io ti mostro mesta i capelli che mi restano sul capo. Per quelle lacrime io ti prego che suscitano le tue imprese: gira la nave, Teseo, e torna, con le vele volte al contrario.

Se sarò già morta, potrai almeno raccogliere le mie ossa.

(Ovidio, Heroides)

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